Come le risorse impoveriscono le comunità e dove trovare possibili alternative — di Alessandra Innocenti
Pubblicato il 13 marzo 2026
La chiamano la “maledizione delle risorse naturali”1R. Auty, Sustaining Development in Mineral Economies (1993), “paradosso dell’abbondanza” oppure “male olandese”. Uno spettro persistente che continua ad allargare la sua ombra sulla contemporaneità. La logica vorrebbe che un paese ricco di risorse possa disporre delle stesse e conseguentemente svilupparsi e arricchirsi. Ciononostante il procedimento è solitamente il contrario: queste risorse divengono il centro portante dell’economia del paese, il controllo si concentra nelle mani di pochi, si accentuano le disuguaglianze ed è facile che conseguentemente si scatenino conflitti. Parliamo spesso di petrolio e gas naturale, cuore pulsante dell’industria energetica, ma anche di metalli e materiali particolarmente utili in campo di sviluppo tecnologico. Attualmente il mercato sorride all’oro, al rame e al litio. I primi due, potenti conduttori, il terzo la componente principale di qualunque tipo di batteria. Ma non sono le uniche risorse che rappresentano un fattore chiave nell’economia odierna e futura.
Infatti anche la transizione energetica ci presenta il conto, con una lunga lista di materiali necessari e una richiesta di volumi massicci per trasformare definitivamente il volto del settore energetico: parliamo in particolare di cobalto, nichel, grafite, manganese, platino e terre rare. L’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) ha previsto che la domanda dei cosiddetti “materiali critici” potrebbe triplicare nel 2030 e addirittura quadruplicare nel 2040. Chiaramente questo già pone il tema di come aggiornare gli obbiettivi del millennio (Global Development Goals 2030), in vista di questo nuovo scenario.
Ma qual è il motivo per cui queste risorse stanno rivestendo un ruolo chiave, al momento? A cosa vengono prevalentemente destinate?
Transizione energetica, spazio liminale estrattivista
La conosciamo come transizione energetica, il fatidico passo verso un cambiamento radicale volto all’utilizzo e al consumo di fonti rinnovabili in un’ottica di sostenibilità di lungo periodo. Ormai infatti l’utilizzo dell’energia rinnovabile (solare ed eolica in particolar modo) si trova al centro del dibattito pubblico. Purtroppo non si può dire altrettanto del modello maggioritario di approvvigionamento delle risorse, quello estrattivo. Infatti se il tema è particolarmente rilevante nei paesi dai quali le risorse stesse provengono, come in America Latina dove sta alimentando una visione critica da parte della cittadinanza, non possiamo dire altrettanto per quanto concerne quelli che impiegano maggiormente le stesse. L’argomento spesso sfugge dagli universi di riflessione alimentati a livello globale, finendo per rappresentare un nodo periferico che non viene identificato come reale problematica.
Ma cosa intendiamo davvero con estrattivismo? Quali sono le caratteristiche fondamentali che ci aiutano a identificare un’operazione estrattiva?
Un aiuto notevole nella definizione di questo processo ci arriva da Gudynas, biologo uruguayano specializzato in teorie alternative allo sviluppo e ricercatore presso CLAES (Centro Latino Americano de Ecologia Social). Nel suo libro “Extractivismos. Ecologia, economia y politica de un modo de entender el desarrollo y la naturaleza”, l’autore identifica tre assi fondamentali utili a definire più chiaramente il fenomeno: è importante ragionare infatti in termini di volume (quantità del materiale), di intensità (impatto ambientale dell’estrazione/lavorazione) e di destinazione (locale/regionale, nazionale o internazionale). Si può quindi parlare di estrattivismo in particolare quando i volumi sono molto grandi, l’intensità dell’impatto ambientale è particolarmente elevata e i materiali sono fondamentalmente destinati all’esportazione. Questo ci aiuta a spostare il focus della riflessione non tanto su ciò che viene estratto e commercializzato, quanto piuttosto sulle modalità che caratterizzano l’operazione. L’agro-esportazione su larga scala è quindi un’attività estrattiva, anche se al centro del dibattito si trovano invece spesso minerali e idrocarburi.
Gudynas distingue anche tra transizioni corte e lunghe. Le prime prevedono la messa in atto di strumenti parziali che però continuano a riprodurre il medesimo schema di sviluppo. Le seconde invece si prefiggono un cambiamento strutturale che si distacchi dal modello estrattivo per promuovere un nuovo orizzonte di rispetto e comunione con la natura.
Spesso questo cambio di rotta viene associato, in America Latina, alla nozione di Buen Vivir. Si tratta di una filosofia radicale, diffusa in particolare tra le comunità originarie di Ecuador, Bolivia e Perù, che prevede di mettere al centro la relazione dell’uomo con la natura come un patto di mutuo scambio, dando più valore al benessere collettivo piuttosto che al profitto.
Naturalmente, è necessario aggiungere a questo panorama in bianco e nero qualche sfumatura: infatti l’estrattivismo, pur riproponendo sempre il medesimo modello di sfruttamento, non può venire esaminato come un blocco unico di pratiche e saperi. Si tratta di un modello che viene pur sempre declinato in contesti diversi, utilizzando strategie, adottando pratiche e sviluppando narrative sempre sottilmente differenti. Anche il Buen Vivir non può venire appiattito a uno schema riproducibile in qualsiasi contesto. È necessario riconoscere che possono esistere infinte varianti dei due fenomeni, la cui particolare caratterizzazione dipende da una pluralità di fattori e dalle loro interconnessioni (es. elementi culturali, peculiarità locali, principali fonti di reddito, presenza di attori internazionali, sensibilizzazione sul tema, influenza o assenza di un sistema educativo, ecc.).
A partire da queste considerazioni iniziali, Gudynas suggerisce di adottare l’idea di transizione non tanto come soluzione quanto come passaggio intermedio che permetta di arrivare gradualmente al rafforzamento o alla messa in atto di quelle che lui chiama “alternative”. Si tratta di modelli economici di sviluppo che permettono una valorizzazione dei saperi locali, si incentrano sulla sostenibilità ambientale e ridanno voce e spazio alle comunità. Una definizione nebulosa, che senz’altro potrebbe giovare di una riflessione collettiva maggiormente posizionata. Per il momento possiamo affermare che si tratterebbe di iniziative che prendono le distanze dal modello economico capitalista, mettendo in discussione il concetto centrale di crescita infinita che da tempo si è rivelato essere tutt’altro che sostenibile.
Un binomio ecosociale
Le narrazioni polarizzate di biocentrismo e sfruttamento delle risorse si finiscono per scontrarsi, oltre che sul territorio, anche e soprattutto su un piano ideale e interpretativo. L’immaginazione diventa infatti, secondo l’antropologo Appadurai2A. Appadurai, Modernità in polvere (2012), uno spazio di rottura in cui i nuovi media e le migrazioni creano nuovi spazi di interpretazione del sé e del mondo.
La guerra di immaginari3A. Appadurai, Modernità in polvere, Milano, Raffaello Cortina (2012) tra estrattivismo e Buen Vivir purtroppo non è solo teorica, si ripercuote nei processi di criminalizzazione ai quali vengono sottoposti i difensori ambientali in varie regioni dell’America Latina e nel mondo. Il rispetto dei diritti umani si sta svuotando di significato, non è più un baluardo di civiltà che si solleva dalle macerie di una guerra mondiale, quanto piuttosto un vecchio poster appeso sulle rovine di una città distrutta. Questo anche per ricordarci che il nostro attuale sistema economico è in realtà una cultura che si ciba di altre culture4F. Remotti, Cultura. Dalla complessità all’impoverimento (2011) e che per farlo tende ad appiattire anche la riflessione universale su possibili orizzonti diversi da quelli che già ci aspettano oltre la soglia.
Come superarla e trovare qualcosa di diverso? Ci vuole una trasformazione ecosociale.
Queste due parole, trasformazione ed ecosociale, trattengono il significato fondamentale delle criticità contemporanee, e anche tutta la potenzialità residua di un passo nel vuoto. Non transizione, quanto trasformazione. Non un corridoio con una luce al fondo, quanto lo sforzo cosciente di aprire le finestre e guardare fuori. Non energetica quanto ecosociale, perché il centro del cambiamento magari non è tanto la fonte dalla quale si ricava energia se non l’uso corretto e responsabile che ne viene fatto, tenendo conto dei ritmi naturali di rigenerazione e dei diritti delle comunità direttamente coinvolte, come anche di strategie appunto alternative per ottenere un risultato migliore.
Questo ragionamento è teorico: nella pratica la località interviene sul globale in maniera incisiva solo se possiede una leva significativa o se può stringere alleanze con altri spazi locali.
si stanno creando sinergie, alleanze e piattaforme di diffusione di ideali diversificati. Le voci dei movimenti ambientalisti si fanno più forti, come anche quelle delle comunità indigene, che richiedono non solo un rispetto sostanziale dei propri diritti quanto il riconoscimento del loro ruolo di tutela e conservazione degli ecosistemi e dell’ambiente di cui fanno parte.
Il biocentrismo sfida silenziosamente l’antropocene, l’era dell’Uomo. Per quanto infatti siamo ormai in una fase in cui le conseguenze delle azioni dell’umanità hanno un impatto innegabile e determinante sull’ambiente, vari movimenti stanno emergendo e mettendo in discussione il modello che vede l’essere umano come misura di ogni cosa. Invece che trovarsi in cima alla scala, fa semplicemente parte del paesaggio, affiancato dai vari esseri (viventi e non) che popolano l’ecosistema di cui fa parte. Le voci che si sollevano per affermare e sostenere questa teoria, accanto a quelle di professionisti come Lanza5B. Berman e R. Lanza, Biocentrismo (2015), sono quelle di leader e attivisti indigeni. Gli sforzi comparati di molte organizzazioni dell’America Latina sono culminate nell’elaborazione della “Iniziativa di Restaurazione Biocentrica dei popoli indigeni”, presieduta e coordinata dalla FAO (Food and Agriculture Organization, Nazioni Unite).
Questo capovolge il binomio natura-cultura6P. Descola, Oltre natura e cultura (2021) che è divenuto imperativo dal famoso “cogito ergo sum” di Descartes: l’uomo non sarebbe totalmente distinto e in opposizione alla natura, se non una sua parte organica. In questo senso la natura e le sue componenti fondamentali, tra cui animali, fiumi, montagne e in generale le risorse presenti sul territorio, diverrebbero soggetti di diritto7E. Gudynas, Derechos de la Naturaleza (2014). Il riconoscimento del lago Titicaca e del fiume Mantaro [link], dichiarati soggetti di diritto rispettivamente nel 2025 e nel 2022, ci ricordano che non si tratta di teorizzazioni futili, quanto di una strategia legale già in atto. Spesso e volentieri il riconoscimento dei diritti di un bacino d’acqua permette non solo a questo di non venire sfruttato eccessivamente e di venire salvaguardato, ma anche la sopravvivenza delle specie che nutre (animali e vegetali) come anche delle comunità locali e dei loro saperi e tradizioni.
La tecnologia degli oppressi e altri fenomeni di inculturazione
Un ultimo aspetto sul quale è utile soffermarsi è infine l’utilizzo che verrà fatto delle ultime innovazioni tecnologiche. In particolar modo, l’Intelligenza Artificiale solleva alcune riflessioni interessanti: quella che sembra per molti (tra questi l’imprenditore Elon Musk, il CEO di Open AI Altman e Ray Kurzweil, autore di “La singolarità è vicina” nel 2005 e “La singolarità è più vicina” nel 2024) l’autostrada virtuale verso un futuro radioso, composta di algoritmi capaci di analizzare un numero infinito di dati e di fornire risposte complete a domande complesse, presenta invece molte criticità. Ma non è tanto l’avvento di una società delle macchine o un mondo del lavoro che non ha più bisogno di manodopera e menti umane a presentarsi all’orizzonte, quanto un paradosso dell’abbondanza che non fa che acutizzarsi ulteriormente. Questo perché i maggiori CED (Centro di Elaborazione Dati) o Data Center al mondo si trovano in luoghi desertici, il che permette la conservazione dei server in un ambiente secco che ne favorisce la funzionalità. Ciononostante, il sistema ha anche bisogno di moltissima acqua per i sistemi di raffreddamento e la funzionalità delle infrastrutture. Va quindi inevitabilmente a pesare su ecosistemi già fragili e dipendenti dalle poche risorse acquifere di cui possono disporre.
L’Intelligenza Artificiale quindi non solo si ciba di dati che condividiamo quotidianamente senza accorgercene (tramite visite a siti web, ricerche, abbonamenti, cookies, app e funzionalità dei nostri smartphone), riproducendo inconsapevolmente convinzioni discriminanti e diffondendole come verità assolute elaborate a partire da dati oggettivi, ma ha anche un effetto molto più che negativo su ecosistemi fragili, andando a contribuire attivamente agli effetti negativi del cambiamento climatico.
Diletta Huskey in “Tecnologia della rivoluzione” (2024) ci ricorda che rischiamo di ripetere un ciclo perverso: di farsi trascinare in avanti dalle potenzialità di un’innovazione tecnologica ignorando le categorie che possono rimanere escluse dai suoi benefici.
Ciò che ci restituisce, in termini di risparmio di tempo, semplificazione del lavoro e accesso alle informazioni, è sufficiente a giustificare le sue conseguenze nefaste sull’ambiente?
Una domanda ancora aperta, considerato che alcuni programmi di Intelligenza Artificiale figurano tra le strategie da attuare per raggiungere gli Obiettivi del Millennio (Global Developement Goals), al momento ancora fissati per il 2030. Questo ricordando che l’AI Act in Europe è ancora di recente adozione e che il ritmo evolutivo dei modelli di Intelligenza Artificiale è di gran lunga più rapido di quanto non lo sia la formulazione di nuove norme legislative che ne regolino l’impiego.
Quello che possiamo chiederci sul breve periodo è come queste tecnologie andranno a risultare utili e capacitanti per quelle comunità alle quali si avvicinano molto localmente, ma che finiscono per danneggiare e limitare globalmente. I benefici dell’Intelligenza Artificiale possono essere davvero alla portata di tutti? E se raggiungono anche i soggetti marginali e le comunità locali, come verranno impiegati questi nuovi strumenti? Come sfruttarne al meglio le potenzialità per contrastare le minacce ambientali e permettere uno sviluppo concreto e rispettoso sul territorio?
Ancora una risposta a questa domanda non ce l’abbiamo. Sicuramente lo scenario che si presenta all’orizzonte potrà sorprenderci, specialmente se teniamo in conto i possibili fenomeni di inculturazione che potrebbero presentarsi8F. Remotti, Cultura. Dalla complessità all’impoverimento (2011). Parliamo di inculturazione quando una nuova invenzione tecnologica non cambia totalmente il panorama culturale locale, ma ne entra a far parte come ulteriore strumento di supporto e conservazione.
L’utilizzo delle motoslitte, ad esempio, non significa quindi una modifica del percorso delle migrazioni artiche delle popolazioni Inuit, quanto una nuova comodità nel doverle affrontare ogni anno.
Una riflessione interessante sul tema per riflettere sui pericoli, le potenzialità e l’utilizzo inedito del digitale come strumento di protezione e di crescita sociale nel mondo contemporaneo ci arriva da Nemer, antropologo brasiliano autore de “La Tecnologia degli Oppressi”. Svolta nelle favelas di Rio de Janeiro, la sua ricerca getta luce sulle pratiche locali di introiezione della tecnologia, incentrandosi sulla fruizione di risorse digitali da parte degli abitanti della zona.
Per quanto riguarda l’Intelligenza Artificiale, questo capitolo ci appare ancora inesplorato. Ma è una domanda lanciata nel pozzo che sicuramente può smuovere le acque e portare a nuove consapevolezze. Il mondo che oggi vediamo cambiare ad una velocità incredibile è ormai diviso tra un ritmo di avanzamento tecnologico vertiginoso e i tempi lenti e cadenzati, stravolti dal cambiamento climatico, del mondo naturale. Nel mezzo, tra l’elaborazione di un algoritmo e l’estrazione di grandi volumi di minerali per l’esportazione, c’è chi si chiede se una via diversa sia possibile.
In sostanza, cos’è un’alternativa?
La vaghezza della definizione di “alternativa” ci permette di costruire il fenomeno man mano che si presenta in forme inedite e che consolida alcune caratteristiche fattuali. In particolare, possiamo già affermare che ciò che viene identificato come altro rispetto al modello socio-economico dominante solitamente è ad oggi la riscoperta di un qualcosa che già esisteva. Infatti il contraltare della monocultura intensiva è l’agroecologia, quello della deforestazione la permacultura e la valorizzazione delle piante autoctone, quello del commercio di massa l’artigianato e la produzione locale, quello del turismo internazionale l’ecoturismo locale responsabile. Non si tratta di alternative economiche nate dal nulla, in opposizione all’invasività dell’estrattivismo. Sono pratiche che già avevano un valore e uno spazio prima dell’arrivo dei progetti estrattivi, che oggi possono venire rispolverati, restaurati e aggiornati per un contesto globale in continuo mutamento. Ma c’è molto altro che ancora può nascere ed emergere dalle basi di questa semplice, aperta definizione.
Un’alternativa è un primo seme piantato nel terreno. L’urgenza più grande? Diffondere conoscenza. Infatti individuare, mappare e divulgare iniziative alternative potrebbe costituire la chiave di volta per l’inversione o la riduzione di pratiche economiche distruttive per l’ambiente e le comunità locali. Ridare valore ai diritti umani parte da qui, dal farsi coinvolgere, dal guardarsi intorno, dal trovare nuovi spunti per pensare e condividere soluzioni nuove e inclusive.
Riferimenti:
Appadurai A. (2001), Modernità in polvere, Milano, Raffaello Cortina, 2012;
Auty R., Sustaining Development in Mineral Economies, London-New York, Routledge, 1993;
Berman B., Lanza R., Biocentrismo, Milano, il Saggiatore, 2015;
Descola P. (2005), Oltre natura e cultura, Milano, Raffaello Cortina, 2021;
Escobar A., Designs for the Pluriverse: Radical Interdependence, Autonomy, and the Making of Worlds, Durham, Duke University Press, 2017;
Gudynas E., Derechos de la Naturaleza. Ética biocentrica y políticas ambientales, Lima, PDTG-redGE-CooperAccion-CLAES, 2014;
— Extractivismos. Ecología, economía y política de un modo de entender el desarrollo y la Naturaleza, Cochabamba, CLAES-CEDIB, 2015;
Huskey D., Tecnologia della rivoluzione. Progresso e battaglie sociali dal microonde all’Intelligenza Artificiale, Milano, il Saggiatore, 2024;
Red Muqui, Alternativas al extractivismo en el Perú, Lima, Red Muqui, 2025;
Remotti F., Cultura. Dalla complessità all’impoverimento, Roma-Bari, Laterza, 2011.


