AcePolis: giocare a raccontare una comunità

di Redazione AceTonico
Pubblicato il 20 febbraio 2024

In uno stato che, in linea con una società capitalistica che ci spinge a produrre in continuazione, tende a chiudere gli spazi aggregativi che non hanno fini commerciali, prendersi il tempo di radunarsi intorno a un tavolo per discutere di qualcosa è un atto già di per sé volto a un cambiamento radicale, per una società più lenta e consapevole. Se gli argomenti in questione, poi, riguardano il luogo in cui si vive, i problemi condivisi o il sentire comune, tale discussione diventa in primis un’occasione di incontro e poi anche un’esperienza politica. Se con il termine politica si intende tutto ciò che riguarda l’organizzazione di una determinata società e dei rapporti di potere al suo interno, allora il riunirsi diventa un’opportunità di assemblea volta alla trasformazione urbana e di conseguenza sociale.

AcePolis rappresenta il tentativo concreto di riunire vari soggetti comunitari innestandosi come mediatore e moderatore all’interno dei rapporti tra questi, proponendo il gioco come modalità di interazione nel gruppo. Si tratta di un tipologia di gioco molto facile e largamente nota da persone di tutte le età: è simile al gioco dell’oca, ma a squadre. Sarà come immergersi in uno spazio immaginario, ma allo stesso tempo reale, all’interno del quale, grazie all’aiuto di tre mazzi di carte, dadi e pedine, si percorre insieme un percorso tracciato; un percorso che potrebbe attraversare un intero paese, così come un quartiere, una grande o piccola frazione o specifici gruppi sociali. Sarà un viaggio ricco di sorprese: chiunque parteciperà avrà la possibilità di immergersi in una realtà diversa dal comune, in cui tappe magiche permetteranno di proseguire il percorso, avanzare di due caselle o essere rimbalzati all’indietro; altre ancora proporranno ai giocatori delle azioni, seguendo il gioco di obbligo o verità.

Queste ultime sono le domande a cui, aiutati dal contesto ludico, dalla spontaneità e dalla collettività, si troverà risposta seguendo la “modalità” dell’antropologə che attraverso l’osservazione trova nell’oggetto di studio le risposte ai suoi interrogativi. Per esempio, alcuni dei quesiti che possono figurare ai partecipanti sono: se ritengono che la comunità del loro paese sia unita, quanto si sentano coinvolti nell’attività politica e sociale e come desidererebbero esserlo di più, o cosa leghi tra loro le persone della comunità. Gli obblighi, invece, sono attività proposte in modo da raccogliere riflessioni e sguardi utilizzando altri strumenti – il disegno, il canto, la sfida – ma sempre in gruppo. Una carta che potrebbe capitare, ad esempio, potrebbe richiedere alla squadra di inventare un ipotetico inno del paese, o una che obbliga i partecipanti a scrivere una lettera al sindaco formulando una richiesta precisa.

Il gioco è anche un’ottima strategia per costruire, tra la figura dell’antropologo e le comunità, un patto di mutuo scambio, privo di uno sguardo estrattivista – cioè che si appropria di risorse, in questo caso i saperi, senza rendere nulla in cambio. Le/gli antropologhe/gi nello svolgere la loro ricerca, oltre a ricavare dei dati etnografici che possono successivamente utilizzare per sviluppare le proprie ricerche antropologiche, possono proporre alle comunità una visione esterna, e “regalare” un bagaglio di riflessioni alla comunità, che possono essere potenzialità di sviluppo di benessere futuro. In questo modo, si dimostra che anche di fronte ad una società sempre più veloce c’è l’opportunità di sedere, giocare, condividere e fermarsi un attimo per guardare assieme al futuro con volontà di vivere bene.

Ad oggi, AcePolis è ancora un prototipo perfezionabile, e verrà presentato durante gli Anthroday del 2026 a Torino e applicato per la prima volta al contesto di una grande città. L’evento sarà sabato 21 febbraio 2026 dalle 10.30 alle 13.00 alla Libreria Libra, in via Santa Giulia 40/A. Al momento, due sono stati i laboratori che hanno visto una comunità radunarsi intorno al tabellone: quella di San Lorenzo di Rovetta (BG) e quella di Bruino (TO). In entrambi i casi, l’accoppiata divertimento-riflessione è stata vincente, e i feedback da parte dei partecipanti sono stati più che positivi.

Una volta raffinato il gioco e stampate delle istruzioni precise, il progetto è quello di proporsi a comunità anche geograficamente distanti tra loro nel ruolo di moderatori di una o più partite. Il maggiore punto di forza di tutta l’attività è il fatto di poter fare antropologia senza mai essere costretti a nominare l’antropologia, ma lasciare che i giocatori facciano esperienza di essa attraverso il gioco, senza nemmeno accorgersene. E in fondo, perché mai dovrebbero, se il loro fine primario è divertirsi, e quello secondario (tornare a) sentirsi parte di una collettività?